Corporativismo di piazza
La manifestazione indetta oggi dal sindacato Cgil per protestare contro il testo governativo della legge di stabilità è sorella gemella di uno sciopero politico contro la legge di bilancio per esercitare, al di fuori del Parlamento, il potere di emendarla. L’obiettivo è quello di ottenere un premio fiscale e quindi un riconoscimento politico dell’accordo fra la Cgil di Susanna Camusso e la Confidustria di Giorgio Squinzi, che il governo non ritiene adeguato, come base per la adozione di esoneri tributari per la produttività.
22 AGO 20

La manifestazione indetta oggi dal sindacato Cgil per protestare contro il testo governativo della legge di stabilità è sorella gemella di uno sciopero politico contro la legge di bilancio per esercitare, al di fuori del Parlamento, il potere di emendarla. L’obiettivo è quello di ottenere un premio fiscale e quindi un riconoscimento politico dell’accordo fra la Cgil di Susanna Camusso e la Confidustria di Giorgio Squinzi, che il governo non ritiene adeguato, come base per la adozione di esoneri tributari per la produttività. Dietro la retorica teatrale di questa manifestazione di massa a cui, secondo una nuova moda, intervengono anche cantanti e attori, c’è la sostanza di un sindacalismo alla Georges Sorel, con contaminazioni neocorporative. Lo pseudo accordo sulla produttività raggiunto dalla Confindustria di Squinzi e dalla Cgil di Camusso (ma bloccato dal governo) conferma la centralità della contrattazione nazionale vecchio stile e relega in angolo quella decentrata, chiesta dall’amministratore delegato di Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne (ieri la Corte d’appello di Roma ha confermato per Fiat l’obbligo di riassumere 145 operai di Pomigliano, giusto per dire da che parte sta la giurisprudenza del lavoro italiana), e non serve per generare più efficienza per due motivi: esclude la possibilità di fare contratti aziendali innovativi, in deroga a quelli centrali, e non soddisfa le esigenze delle piccole imprese, delle aziende di tipo cooperativo e di quelle del terziario affinché possano aumentare gli orari di lavoro e variare le qualifiche dei dipendenti (temi centrali anche nell’accordo firmato a Detroit fra Marchionne e sindacato) in cambio dei benefici fiscali al lavoro.
Ha ragione il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, quando afferma che, dato ciò, il premio di 1,6 miliardi sarebbe uno spreco e che ci sono molti modi migliori per utilizzare questo denaro. In effetti l’obiettivo che Cgil persegue insieme a Confindustria, è quello solito: una spruzzata di soldi del contribuente per avvalorare un accordo di monopolio del mercato del lavoro, che preservi il loro potere sui lavoratori dipendenti e quindi il loro potere di condizionamento della politica, anche se ciò blocca la competitività e la crescita. Il governo aveva dato, ed è disposto ancora a farlo, degli incentivi utili a sintonizzare imprese e sindacati su posizioni di buon senso. E poi, in democrazia, gli strumenti istituzionali per le politiche fiscali volte a indirizzare il mondo del lavoro verso scelte di interesse generale, stanno nel Parlamento non nella piazza.